È finalmente disponibile il rapporto 2010 (riferito al 2009, ovviamente) sulla libertà di stampa nel mondo, realizzato da Freedom House. La situazione non è delle più rosee, la maggior parte delle Nazioni del mondo si trovano in stato di parziale o nulla libertà.
A guidare la classifica delle Nazioni più virtuose troviamo il trio scandinavo e l'Islanda; non ci sono, fortunatamente, Paesi in cui vi è totale assenza di libertà mentre rientrano tra gli Stati parzialmente liberi la Romania, la Bulgaria, parecchi Stati dell'Ex-Jugoslavia...e l'Italia.
Esatto, il nostro Bel Paese è situato tra i Paesi parzialmente liberi, alla pari con Benin, Hong Kong e India. Dietro al Sudafrica, dietro a Israele, dietro a diversi Paesi in via di sviluppo.
Karin Deutsch Karlekar, coordinatrice del progetto e portavoce dell'associazione, nel suo rapporto ritiene che nel nostro Paese la situazione sia peggiorata perché
il Primo Ministro Silvio Berlusconi si è scontrato sulla stampa circa l'attenzione nei confronti della sua vita privata, portando a denunce contro media stranieri e locali e alla censura dei contenuti critici da parte della tv di Stato
Tutto il materiale sull'argomento può essere trovato a questo indirizzo, ogni commento mi sembra superfluo. Più di mille parole, può rendere l'idea la lista dei Paesi che precedono l'Italia in questa classifica:
Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Danimarca, Belgio, Lussemburgo, Andorra, Svizzera, Liechtenstein, Olanda, Nuova Zelanda, Palau, Irlanda, Santa Lucia, Giamaica, Monaco, Portogallo, Estonia, Germania, Isole Marshall, San Marino, Saint Vincent e Grenadine, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Barbados, Canada, Costa Rica, Regno Unito, Bahamas, Saint Kitts and Nevis, Austria, Belize, Giappone, Lituania, Micronesia, Australia, Cipro, Malta, Dominica, Francia, Ungheria, Slovacchia, Suriname, Trinidad e Tobago, Vanuatu, Grenada, Papua Nuova Guinea, Polonia, Spagna, Taiwan, Mali, Slovenia, Uruguay, Ghana, Lettonia, Tuvalu, Kiribati, Mauritius, Capo Verde, Narau, Sao Tome e Principe, Grecia, Israele, Samoa, Isole Solomon, Cile, Guyana, Corea del Sud, Sudafrica, Tonga, Italia.

Il Ministro Zaia presenta il nuovo panino McDonald's
Caro Ministro Zaia,
Io non vorrei rovinare questo bel momento. Non vorrei attentare a quel bel sorriso che tutti sfoggiano nella foto. E non vorrei passare per ipocrita ché, a me, le cibarie del McDonald's piacciono parecchio.
Però...però un panino del McDonald's, per quanto realizzato con ingredienti nostrani, resta un panino del McDonald's ed è italiano quanto il kebab (contro il quale la Lega si scaglia un giorno sì e l'altro pure) e il sushi.
Grazie per l'attenzione,
V
PS - tra l'altro pare che questo McItaly non sia neanche granché. Il Big Tasty resta insuperabile.
Tra poche, pochissime ore andrà in onda il primo episodio della sesta stagione di Lost, il telefilm che (volenti o nolenti) ha rivoluzionato il mondo dei telefilm.
Ovviamente parliamo della ABC, degli Stati Uniti. Ma per la prima volta l'industria sembra aver capito che il modo più semplice per evitare i classici metodi "alternativi" di fruizione degli show in tempo reale con gli States è...fornire canali legittimi attraverso i quali si possa fruire degli show in tempo reale con gli States! Così non solo le puntate di Lost andranno in onda su Sky a pochi giorni di distanza (come già accade per FlashForward, l'erede designato dello stesso Lost), ma saranno messe a disposizione in streaming (lingua originale e sottotitoli italiani) da Telecom, che ha approntato il sito http://lost.cubovision.it/. Il costo di ogni puntata sarà di 1,99 euro e saranno disponibili anche le puntate delle stagioni precedenti, a 0,99 euro.
Qualcosa sembra muoversi, finalmente. Aspettiamo con ansia lo sbarco dei telefilm su iTunes, che potrebbe decretare una volta per tutte il successo del canale di distribuzione digitale anche per i telefilm.
Per ingannare l'attesa, potete deliziarvi con un piccolo easter egg che è stato scovato sul sito di viaggi Kayak.com.
È importante essere nella versione USA del sito (si può selezionare in alto a destra), cercare un volo di sola andata da Sydney a Los Angeles per il giorno 22 settembre 2010...e magia! Ecco un volo Oceanic Airlines, per la modica cifra di 4839 dollari!
Inutile spiegare cosa sia la Oceanic Airlines, famigerata compagnia aerea fittizia protagonista di Lost (e di altri film/telefilm, un po' come la ZNN), ma forse non tutti si accorgeranno che il 22 settembre è la data di trasmissione del primissimo episodio di Lost...correva il lontano 2004!

Oggi è il 27 gennaio. Dal 2000, in questa data cade il “Giorno della Memoria”. Dal 2000, in questa data si commemorano le vittime dell’Olocausto e delle leggi razziali. Ricordare perché queste cose non accadano più (il tema delle leggi razziali, poi, è fin troppo attuale).
Il 27 gennaio, dicevamo, è il Giorno della Memoria, il giorno in cui si ricordano le vittime dell’Olocausto e delle leggi razziali. Quale assurdo motivo, allora, spinge la gente a ricordare, proprio oggi, le vittime dell’esercito israeliano, le vittime dello Stalinismo, le vittime dell’Inquisizione, lo sterminio dei nativi americani e le Dieci Piaghe d’Egitto?
Giustificazione: non ci sono morti di serie A e morti di serie B. Verissimo. ma oggi, 27 gennaio, si ricordano le vittime dell’Olocausto e delle leggi razziali (e tre).
E’ come se il 19 marzo, festa del papà, ci fossero i cortei “non esistono parenti di serie A e parenti di serie B: non dimentichiamo gli zii!”
Nessuno vieta di creare una giornata per commemorare tutte le vittime di guerra (ci sarà già, immagino) o quelle particolari di una delle tante brutture di cui è capace l’uomo. Ma non oggi. Perché impuntarsi oggi significa strumentalizzare dei morti. E non è esattamente una cosa bella.

Ispirandomi a questo post, ho deciso di realizzare anche io la mia personale classifica dei film del 2009.
Nell'immagine vedete quindi un film per ogni mese del 2009; devo precisare che mi sono basato solo sui film che ho effettivamente visto, quindi sicuramente per qualche mese potrebbe mancare un film più importante ma che per svariati motivi non sono riuscito a guardare (Star Trek, ad esempio).
Se dovessi designare un vincitore...sarei indeciso tra Up, The Hangover e The Men Who Stare At Goats.
Mentre nei Paesi più avanzati pregiudizi di questo genere sono già stati superati, in Italia infuria ancora il dibattito sulla legalizzazione delle unioni omosessuali e sul collegato diritto per una coppia gay di accedere all'adozione.
Solitamente tra un "è contro la natura" e un "così si estingue il genere umano" qualcuno si erge tra la folla e, modello Helen Lovejoy, grida "I bambini! Qualcuno pensi ai bambini!"
Secondo i detrattori, infatti, il figlio di una coppia gay sarebbe sottoposto all'elevato rischio di avere problemi psicologici di ogni sorta (primo fra tutti la confusione di genere), di non ricevere un'educazione adeguata e di essere facilmente bersaglio della derisione dei perfidi coetanei.
Fino ad oggi non era possibile contestare questa opinione se non con un'altra opinione. Fino ad oggi, appunto.
Abby E. Goldberg, del Dipartimento di Psicologia della Clark University in Massachusetts (il cui motto è, guarda il caso, "fiat lux"), analizza nel libro "Lesbian and Gay Parents and Their Children" oltre cento studi accademici per giungere a una semplicissima conclusione: i figli delle coppie omosessuali sono normali. E questa volta a dirlo è la statistica.
Non hanno problemi psicologici, non hanno problemi a scuola, non hanno problemi con gli amici, non si identificano come gay.
Inoltre, le figlie di una coppia gay sono più inclini a intraprendere una carriera solitamente identificata come maschile (avvocato, dottore); questo perché, per ovvie ragioni, non vengono loro imposti schemi di comportamento basati sul genere (nessun problema se la bambina gioca con le macchinine e il bambino con le bambole, per fare un esempio immediato) e ciò li porta ad avere una maggiore apertura mentale, una maggiore inclinazione a lavorare nel sociale e ad avere amici omosessuali.
I figli di una coppia gay, quindi, sono bambini sani, aperti e tolleranti, proprio come quelli che potrebbe crescere una "normale" coppia etero, e non povere creature psicologicamente confuse e vittime di ogni genere di calamità.
I problemi, quando ci sono, arrivano da tutt'altra parte. A prescindere dalla sessualità dei genitori.
[fonte: NYTimes.com]
Non è facile parlare di un argomento tanto delicato come la religione. Ed è ancora meno facile parlarne quando la religione si mischia alla politica (un evento che non dovrebbe mai accadere, ma ahimè in questo caso l'uso del condizionale è più obbligato che mai).
Nonostante ciò, voglio dire la mia sulla questione dell'esposizione del crocifisso nelle scuole, e per estensione nei luoghi pubblici, risalita alla ribalta della cronaca dopo la recente sentenza della Corte di Strasburgo.
Dal punto di vista razionale, non esiste nessun motivo per cui il crocifisso debba essere esposto nei luoghi pubblici.
L'Italia si dichiara uno Stato laico (art. 3, 7, 8 Cost.), uno Stato laico non può riservare trattamenti diseguali nei confronti delle diverse confessioni, esporre il simbolo di una confessione in un luogo pubblico di competenza dello Stato rappresenta un trattamento diseguale, quel simbolo va tolto. Fine. Questo è l'unico ragionamento possibile.
Tutte le argomentazioni che vengono portate a difesa della permanenza del crocifisso nei luoghi pubblici sono prive di fondamento e inutilmente reazionarie.
Qualcuno dice che il problema non esiste, che il crocifisso non dà fastidio a nessuno. Mi domando allora come sia possibile che il problema venga risollevato ciclicamente; evidentemente il problema esiste.
Facendo un piccolo passo logico in avanti, qualcuno dice che è sempre stato così, il crocifisso c'è sempre stato e non dobbiamo certo toglierlo ora perché ce lo dicono degli stranieri. Si tratta di una posizione immobilista che forse dimentica che la religione cattolica era religione di Stato del Regno d'Italia (art. 1 Statuto Albertino) e successivamente dello Stato Fascista: prima il Concordato (ma la revisione operata nel 1984 ha privato la religione cattolica dello status di religione di Stato.), poi l'obbligo di inserire il crocifisso tra i complementi di arredo delle scuole che risale al 1929 e lì è rimasto, nella schiera di residui regolamentari dell'epoca che si sono trascinati fino ai giorni nostri. La sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato di non avere giurisdizione in merito (art. 134 Cost.) punta proprio sulla natura amministrativa di questa norma, e non sul suo contenuto. Per avere un parere dottrinale che tocchi più direttamente il problema, basta ricordare che nel 2000 la Cassazione dichiarò non solo illegittima ma anche incostituzionale la richiesta di esporre i crocifissi in edifici pubblici (in questo caso si trattava dell'aula di un tribunale).
L'affermazione di non volersi sottomettere allo "straniero", poi, è sintomo del vero motivo per cui molti si sono lanciati in questa crociata: la paura del diverso (per non usare termini più forti) o la paura di vedere venir meno le proprie radici culturali; ma se bisogna aggrapparsi a una cosa del genere per salvaguardare le proprie radici, verrebbe da chiedersi quanto queste siano solide.
Il crocifisso sarebbe, quindi, un simbolo della cultura italiana. Silvio Berlusconi, commentando la recente sentenza, ha dichiarato che "l'Italia è un Paese dove tutti non possiamo non dirci cristiani [...], ovunque si incontra un segno della cristianità". Sulla seconda parte non c'è nulla da obiettare, il Cristianesimo fa indubbiamente parte della nostra storia e nessuno si sogna di chiedere l'abbattimento dei campanili, come grida Feltri nel suo editoriale di due giorni fa (senza però prendersi la briga di scoprire che la sentenza contro la quale si sta scagliando non proviene da un organo UE).
Il fatto che gli italiani non possono non dirsi cristiani, al contrario, è un'affermazione pericolosa perché rifiuta la presenza di italiani atei/agnostici e, soprattutto, nega la presenza di italiani che seguono un'altra confessione religiosa; arrivando così a negare il processo che sta creando una società multiculturale, in Italia come nel resto del mondo.
Il crocifisso non è simbolo della cultura italiana, ma di parte di essa. E comunque resta in primo luogo uno dei simboli principali della religione cattolica, riportandoci al discorso dello Stato laico. Ci sono altri simboli ben più rappresentativi dello Stato e/o della cultura italiana: la bandiera, la foto del Presidente della Repubblica, il simbolo della Repubblica Italiana...
Declassare il crocifisso a mero simbolo di cultura, a semplice "oggetto" di arredo o, ancora peggio, a "simbolo inoffensivo" (come dichiarato da Bersani) dovrebbe far rizzare i capelli a qualsiasi cattolico. Affermazioni del genere non dovrebbero essere accettate da chi in quella croce si riconosce; la Croce è "scandalo e stoltezza", come ha ricordato Benedetto XVI; non un oggetto, men che meno un simbolo inoffensivo.
Un'altra argomentazione molto gettonata è quella secondo la quale nei Paesi musulmani un atteggiamento del genere verrebbe rifiutato o addirittura punito. Si tratta di un ragionamento un po' infantile (tu mi tratti male e allora io ti tratto male), che dimentica non solo la distinzione tra Stato laico (come l'Italia, ripetiamolo fino allo sfinimento) e Stato confessionale (come, ad esempio, l'Iran) ma perfino l'insegnamento di quel Cristo che si vuole tenere a tutti i costi appeso ai muri dei luoghi pubblici.
Una nota di biasimo, infine, va a chi definisce il crocifisso come un "cadaverino attaccato a un pezzo di legno". La discussione, per quanto complessa e accesa, non deve mai scadere in questi toni, dai quali non si può ricavare nulla di buono.